giovedì 16 marzo 2017

Recensione: "La locanda dell'ultima solitudine" di Alessandro Barbaglia

Oggi vi parlo di uno dei romanzi finalisti al premio bancarella: "La locanda dell'Ultima Solitudine" di Alessandro Barbaglia.


Autore: Alessandro Barbaglia
Genere: Narrativa
Pagine 168
Formato: Ebook / Cartaceo
Prezzo: € 8,99 / 17,00      
Edito: Mondadori
Data di pubblicazione: gennaio 2017
Trama

È tutta in legno, la Locanda, alterna le pareti scure alle finestre piene di luce da cui entra sempre un po’ di vento. È fatta di poche stanze e una sola certezza: se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero buio che ci vuol poco a perdersi, quello è il posto più bello del mondo. 


Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio... Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell’Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che, lì e solo lì, in quella locanda tutta di legno arroccata sul mare, la sua vita cambierà. L’importante è saper aspettare, ed essere certi che “se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”. Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Bisogno, il minuscolo paese in cui abita da sola con la madre dopo che il padre è misteriosamente scomparso, le sta stretto, e il desiderio di nuovi orizzonti si fa prepotente. Intanto però il lavoro non le manca, la collina di Bisogno è costellata di fiori scordati e le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano da generazioni il compito di accordarli, perché un fiore scordato è triste come un ricordo appassito. Libero vive invece in una grande città, in una casa con le pareti dipinte di blu, quasi del tutto vuota. Tranne che per un baule: imponente, bianco. Un baule che sembra un forziere, e che in effetti custodisce un tesoro, la mappa che consente di seguire i propri sogni. Quei sogni che, secondo l’insegnamento della nonna di Viola, vanno seminati d’inverno. Perché se resistono al gelo e al vento, in primavera sbocciano splendidi e forti. Ed è allora che bisogna accordarli, perché i sogni bisogna sempre curarli, senza abbandonarli mai. Libero e Viola cercano ognuno il proprio posto nel mondo, e nel farlo si sfiorano, come due isole lontane che per l’istante di un’onda si trovano dentro lo stesso azzurro. E che sia il mare o il cielo non importa. La Locanda dell’Ultima Solitudine sorge proprio dove il cielo bacia il mare e lo scoglio gioca a dividerli. La Locanda dell’Ultima Solitudine sta dove il destino scrive le sue storie. Chi non ha fretta di arrivarci, una volta lì può leggerle. Come fossero vita. Come fossero morte. Come fossero amore. 

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Recensione    

"Giovedì è un giorno sospeso, un giorno in cui la settimana ha smesso di iniziare ma non ha ancora iniziato a finire. È il giorno giusto. Per tutte le cose sospese."

Se intendete leggere "La locanda dell'Ultima Solitudine" sappiate che sarà la realtà a restare sospesa, mentre voi rimarrete intrappolati tra le parole di Alessandro Barbaglia. Il mondo fuori dalle pagine si farà evanescente, uno sfondo indistinto oltre il bianco della carta.

Libero è un ragazzo alla ricerca di lei, di quella lei con cui dividere un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine, perché una volta trovata l'anima gemella la solitudine verrà davvero scacciate per sempre. Sarà l'ultima solitudine quella prima di lei.
Il problema è che quella lei non c'è ancora, ma Libero è ragionevolmente convinto che tra dieci anni ci sarà. Per questo prenota un tavolo da lì a dieci anni, innumerevoli giorni in cui i clienti occuperanno l'unico tavolo della locanda e chissà chi occuperà l'unica vita di Libero. Si spera che sarà lei ad occuparla.
Una lei, in effetti, arriva. Abbagliante nei suoi capelli biondi, sorprendente nel suo immediato attaccarsi a lui, eccentrica nel suo essere così diversa da chi s'era immaginato Libero. Perché lei pretende di riempire di libri le libreria vuote, di sistemare gli abiti nei cassetti anziché tenerli tutti nell'armadio per ordine alfabetico, lei che vuole una casa tutta bianca invece di una tutta blu.

E poi, in una pagina diversa nel mondo di pagine di Barbaglia, c'è Viola. Viola che accorda fiori, perché i fiori scordati ispirano pensieri brutti, stonati e la bellezza viene dimenticata. Si lascia perfino campo libero alla menta, che mente. Viola deve accordare fiori, nella sua vita dissonante, riempita di un'assenza, in un borgo silenzioso colmo di urla, finché anche lei avrà ha di accordarsi con se stessa, con la vita, con un futuro che comincia chissà dove.

E in quel futuro di Libero, di Viola, di un ragazzo colmo di dolore, si staglia la Locanda dell'Ultima Solitudine. Oltre un sentiero alberato, tra il mare e l'orizzonte c'è una nave mancata con una stanza degli ospiti senza ospiti, un menù che è sempre lo stesso ma cambia in base a chi lo mangia, un luogo magico di partenze ed arrivi, dove farsi domande dato che lì "un perché lo trovi di sicuro." 


Mi piace l'idea di aver iniziato e concluso con citazioni del romanzo, perché Barbaglia dimostra una dimestichezza con le parole davvero senza uguali. Gioca con gli omonimi con saggio divertimento, un'ironia che si ritrova perfino nei nomi dei personaggi, fino a sconfinare nella grande musicalità del testo.

Un esordio, quello di Barbaglia, che ha dello stupefacente, capace di distinguersi nel panorama editoriale grazie alla delicata bellezza della sua Locanda dell'ultima solitudine.




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