sabato 14 gennaio 2017

Recensione "Waiting Room" di Bianca Rita Cataldi

Siamo alla prima recensione del 2017. Faccio fatica a crederci, ma è così.
Salutiamo il nuovo anno con una lettura ipnotica, dallo stile fluido, tipico del flusso di coscienza tanto caro a narratori eccelsi. "Waiting room" è un romanzo che racconta di Emilia, ma racconta anche di noi. Di vite costellate di attese. Di attese che durano una vita e forse anche di più.

Autrice: Bianca Rita Cataldi
Genere: Narrativa
Pagine: 138
Formato: Ebook / Cartaceo
Prezzo: 1,99 / 12,00
Edito: Butterfly Edizioni


"Ecco, è così che mi sento: in sala d'attesa. Fa un po' ridere ma è così. Sala d'attesa mentre studio, mentre prendo una laurea che potrei usare come carta igienica, mentre faccio la disoccupata a vita, mentre scrivo romanzi che nessuno leggerà mai, neanche il mio ragazzo, perché dice che scrivo frasi troppo brevi e la punteggiatura lo snerva. Sala d'attesa, sempre e comunque. Che poi, chissà che diavolo stiamo aspettando, tutti quanti."

Non inizio mai una recensione con una citazione. A dir la verità, nel mio blog se ne trovano poche, di citazioni.
Sono convinta, però, che non ci sia miglior modo per cominciare a parlare di "Waiting room" se non attraverso le parole dell'autrice stessa, perché Bianca Rita Cataldi dimostra di avere affinità con le parole, di sentirle scorrere e di saperle raccogliere per intrappolarle nella pagina.
Le parole spesso non sono che fiumi, rapidi, caotici, con un corso solo apparentemente già deciso, dato che affluenti, rigagnoli, terreni assetati sono sempre pronti a deviarne l'itinerario. E succede che ci si ritrovi a pensare a qualcosa, a una piccola commissione, una di quelle azioni quotidiane apparentemente insignificanti, che dovrebbero cominciare al punto A e finire al punto B ma che, no, non terminano dove ci si aspetterebbe.
E così, davanti a una gigantografia sorridente, mentre credi di pensare solo alla visita dal dentista, le parole ti portano altrove, sfiorano persone, inghiottono sentimenti, sputano ricordi. Questo succede alla protagonista, Emilia, ormai anziana e sola in una sala d'aspetto, waiting room, perché l'inglese fa più figo. Emilia accarezza con lo sguardo quella sconosciuta china sui fogli, che somiglia così tanto alla sua Martina, e Martina che è innamorata di un ragazzo dall'andatura singolare, le spalle un po' curve. Ma curvate poi da cosa? Chissà... 
Quelle spalle curve, l'andatura singolare le ha già viste, Emilia, ma tanto tempo fa.
In un tempo passato, ma che allora era presente, in cui lei era giovane e nessuno incontrava mai la solitudine, perché negli anni quaranta, in un paesino della Puglia, si viveva tutti insieme. Una famiglia grande di cui capitava di conoscere i rami più lontani solo dopo tanto tempo. E capitava di incontrare un ragazzo un po' folle, un po' bambino, uno che quando suona il pianoforte stravolge i brani e trova la felicità.
Angelo, un Angelo tentatore, un Angelo che con Emilia "vuole fare la rivoluzione". Ma come possono due ragazzi, nell'Italia del fascismo, fare le rivoluzione?
Emilia non lo sa, ma a poco a poco una storia d'amore le si dipana davanti agli occhi, segue i suoi passi incerti, passi infilati nelle orme di Angelo, perché Emilia lo rincorre, quell'Angelo che è sempre un passo avanti, che si ferma ad aspettarla solo per qualche istante, momenti in cui i loro respiri si mescolano e i loro sguardi si incontrano, quegli sguardi un po' verdi e un po' marroni. Attimi colmi di presenza, in un cammino costellato di assenza, di attesa.
Emilia, ormai anziana, volge lo sguardo al passato a ricordi che le sono rimasti dentro, passioni mai iniziate e mai concluse, attese infinite, perché, in fondo, è qui che siamo tutti in una sala d'attesa lunga una vita. Ad aspettare, poi, chissà cosa.

Dalla mia premessa avrete capito che trovo in Bianca Rita Cataldi un vero talento di narratrice.
Non di scrittrice, perché gli scrittori non lasciano niente al caso, sono prevedibili nel loro essere così precisi. I narratori, secondo me, sono diversi. Sono quelle persone che colorando escono fuori dai bordi, sono capaci di raccontare storie davanti al fuoco, catturando la mente di chi ascolta attraverso frasi che a volte troveranno conclusione, a volte no. Sono affascinanti i narratori, in quell'aria disordinata e un po' decadente, così diversa dal luccichio degli scrittori.

Dicevo, la narrazione di Bianca Rita Cataldi ci catapulta in una sala d'attesa, in uno di quei posti che affollano la nostra quotidianità, con un personaggio quasi banale nel suo essere normale. Un'insegnante in pensione. Quanti ne abbiamo visti di insegnanti? Li abbiamo però lasciati oltre la cattedra, chiusi nella loro superiorità didattica, lontani. Ma stavolta no, stavolta riusciamo a entrare nella testa di Emilia, nei suoi pensieri sbavati dalla vecchiaia.
Le basta poco per annientare decenni e tornare lì, nella terra assolata di suo padre, a una giovinezza ingenua, in cui l'amore non si conosce e riconosce. La giovane Emilia è diversa dal resto della famiglia, è una che studia mentre le sorelle si son fermate alla terza media, è una che legge mentre i suoi genitori sono analfabeti, è una che vuole diventare professoressa mentre le altre donne non sono che mogli. Emilia è troppo moderna per l'Italia fascista, per un destino predeterminato. E forse per questo il destino decide di giocare con lei, di scompigliare le carte facendole incontrare Angelo. Un altro ragazzo intelligente, troppo per lavorare nei campi. Angelo che aspetta quest'ultimo anno in Puglia prima di partire per Roma e studiare medicina. Angelo che non si vuole sposare, che guarda Emilia con i suoi occhi pieni di verde, che vuole fare la rivoluzione.
Emilia e Angelo sono due personaggi fuori dalla loro epoca, moderni, audaci, in cerca di una libertà non ancora nata. Sono vittime di quei sentimenti caotici, tipici dei bambini, quell'ebbrezza inspiegabile, quel coraggio che rasenta la follia, ma che poi dovrebbe venir soffocato dall'età adulta. Dal fare le cose per bene.

Due ragazzi in un'ambientazione ben dipinta, in una Puglia rurale fatta di case di famiglia, di domeniche in chiesa, di caffè a ciclo continuo, di eventi sullo sfondo che sembrano così lontani rispetto al cuore che batte forte nel petto. Emilia aspetta, aspetta di cominciare a vivere, come aspetta Bianca, la ragazza con lei in sala d'attesa.

L'attesa si configura come una condizione unica, senza tempo, in cui prima o poi si finisce tutti. Tutti sospesi, bloccati, con le orecchie tese all'arrivo dei propri desideri, di qualcosa che sembra svelarsi poco oltre la soglia, ma che quella soglia sembra non attraversarla mai. E si resta così, in attesa. 
"Che poi, chissà che diavolo stiamo aspettando, tutti quanti."


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